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Filed under (Argomenti vari) by minimax on 22-12-2006


Da L?Unità del 21/12/06

Di Furio Colombo sul FARE Politica

La gente fugge dalla periferia della grande città. Nuovi venuti sono costretti a ripopolare gli spazi di chi è riuscito a fuggire, senza che nessuno si sia preoccupato di risolvere il problema che aveva causato la fuga. Questo renderà l’alienazione ancora peggiore e la violenza ancora più distruttiva. La gente fugge dalla periferia. La
periferia si fa gigantesca. La città diventa infinita non solo nella struttura urbana, ma anche nella periferia immensa che minacci il centro, una periferia che inghiotte le persone». Queste parole sono l’inizio rivelatore di una nuova sociologia. Sono state scritte adesso e indirizzate alla sua città dal vescovo di Milano, il cardinale Tettamanzi. Non è esagerato dire che in queste dieci righe c’è tutto ciò di cui dovrebbe occuparsi la politica: i cittadini in fuga solitaria e caotica. Gli immigrati in arrivo solitario e caotico. La città senza volto che diventa ostile in ogni angolo. La periferia immensa che cresce come una paurosa e ignota materia organica. La periferia che
inghiotte. La solitudine di una persona, di ogni persona, dunque di tutti. Perché niente lega qualcuno a qualcuno in nome di qualche cosa.Il cardinale sa benissimo che alla fine dirà che la salvezza è Dio. Ma prima di arrivarci deposita per tutti, credenti e non credenti, una domanda politica: «Quale progetto di vita e di futuro sostiene questa immensa periferia?».
Vorrei che la domanda di questo insolito viandante che si avventura per le strade di una periferia che è la nostra vita e la nostra storia, risuonasse in tutta la sua semplice potente drammaticità, priva di doppi sensi e di segnali a distanza di qualcuno a qualcuno, dalla politica agli affari, da un partito ai potenziali elettori, da un gruppo di interessi a un altro gruppo di interessi. Concorrenza, mercato, sviluppo, riforma produttività, innovazione, vi rendete conto delle barricate che abbiamo eretto, nei giornali, nei discorsi, nelle interviste, nei talk show, fra alcuni di noi e «l’immensa periferia», cioè tutti? Attenzione. Qui non si tratta di giocare a svilire il mestiere, o meglio l’impegno di fare politica, quando quel l’impegno è libero, disinteressato e non sospettabile di conflitto di interessi (la grande infezione). Qui non si tratta di passar sopra alle paratie che dividono visioni più aziendali e visioni più sociali della nostra vita. Sostando in quasi qualunque porto nell’arcipelago del dibattito si trovano materiali utili per migliorare un po’ le cose .S’intende che ciascun offerente di teorie dovrebbe avere la pazienza di rispondere ad alcune domande , prima di vendere come migliore il proprio prodotto per il futuro. I campioni della concorrenza devono impegnarsi a spiegare perché la concorrenza non garantisce il diritto della salute in grandi paesi moderni come gli Stati Uniti? Perché in Italia benzina e assicurazioni auto costano sempre di più e non sempre di meno, nonostante la vastissima concorrenza? Perché la repubblica più concorrenziale del mondo ha eccellenti università private (Harvard, Yale, Princeton) al costo proibitivo di quarantamila dollari di tassa di iscrizione per studente (senza le spese per vivere) ma ha anche eccellenti università pubbliche e semigratuite, tutto il sistema californiano nato durante la grande depressione degli anni trenta, il cui livello accademico e la cui qualità di ricerca è assolutamente alla pari con la qualità scientifica delle più celebri scuote private? . Coloro che invocano le riforme dovrebbero accettare benevolmente la domanda: qual?è il punto di arrivo desiderato e previsto per ciascuna riforma? Per esempio, se lo sviluppo porta a una divaricazione sempre più grande fra il punto più basso e il punto più atto del livello sociale, e dunque del modo di vivere, stiamo creando un mondo nuovo o spaccando un mondo vecchio? Poiché i cittadini, nella infinita maggioranza delle loro vite, non hanno l’impressione di essersi abbandonati ad alcuno spreco negli anni, non sarebbe bene cominciare con lo spiegare, con la pazienza di un bravo insegnante, dove, come si sono esaurite le risorse ed è «finita la festa» specialmente per Paesi come l’Italia che, anagraficamente, non sono esplosi? Chiunque abbia buon senso (dunque tanti lavoratori, che la vita non facile ha abituato al buon senso) sono in favore di una riforma delle pensioni. Ma poiché non è diffusa la impressione che brigate di compagnoni se la stiano spassando con le pensioni consentite troppo facilmente da governi socialisti e imprudenti, e che sia venuto il momento di mettere un freno,ci possono dire quale freno, a chi, perché, data la modestia della grandissima parte delle pensioni, dato il peso che ciascun lavoratore ha sopportato tutta la vita, versando contributi che hanno aspramente intaccato anche le paghe modeste? Una simile osservazione non liquida l’argomento. Ma chi, da un lato, non ha difficoltà a ricordare che, onestamente, la maggior parte delle cosiddette pensioni di anzianità concesse a persone relativamente giovani sono (o sono state) un insulto a chi ha accumulato con il proprio lavoro buona parte di ciò che da vecchio riceve, con la stessa onestà, non dovremmo dimenticarci dell’immenso peso gettato sulle pensioni (in Italia sull’equilibrio dell’Inps) dalla sequenza senza fine di «snellimenti» aziendali, veri e propri titoli di merito per legioni di intraprendenti amministratori delegati. Hanno gettato sulle spalle della previdenza collettiva persone produttive che però non permettevano di comporre bilanci «eleganti» e «snelli» e liberi da «pesi morti» (spesso persone di valore il cui allontanamento nel momento aziendalmente sbagliato ha portato al tramonto di tante imprese). Se questa fosse una polemica, sarebbe facile far seguire un elenco di aziende (alcune di eccellenza e famose nel mondo) sparite per eccesso di alleggerimenti, per voglia di brillanti bilanci, mentre il sovraccarico della previdenza si faceva sempre più grande. Ma non è una polemica. È un tentativo di capire, a nome di tanti. Ora va di moda accusare gli anziani di portare via la pensione ai giovani nei due modi seguenti: perché gli anziani rifiutano di lavorare più a lungo. E perché «con le pensioni di una volta» non si lasciano più risorse ai nuovi venuti. Restiamo in attesa di una teoria economica che ci sveli la evidente contraddizione tra l’accusa uno e l’accusa due (se gli anziani restano al lavoro non si formeranno posti per i giovani; Se i più giovani non lavoreranno, non si accumulano le risorse previdenziali per il loro pensionamento). A volte però per riforma si intende «produttività», oppure «innovazione». Oppure, come abbiamo detto, l’invocazione più frequente e più oscura: «sviluppo». Francamente disorienta ascoltare il reclamo sulla produttività nelle recenti esternazioni irritate della Confindustria .
Avendo lavorato nell’impresa, io sapevo che la bassa produttività o è causata da cattiva organizzazione aziendale o è colpevolmente limitata dalla non collaborazione dei dipendenti (molti scioperi, scarso e svogliato coinvolgimento nella mansione). A meno che si voglia denunciare la non collaborazione dello Stato (burocrazia lenta, trasporti inefficienti, accesso difficile all’esportazione). Non risulta che in nessun angolo d’Italia vi sia un freno dei lavoratori alla produttività delle aziende. Con la sola eccezione di casi «malati» come quello dei trasporti pubblici (che però questo governo ha risolto) o di casi estremi come quello dell’Alitalia (dove i lavoratori ce la mettono tutta ma il vertice aziendale è notoriamente inferiore al compito) non vi sono conflitti in corso e anzi prevalgono intesa e collaborazione. Se lamentare la scarsa produttività è un lagnarsi di impedimenti del funzionamento pubblico, si tratta di un confronto legittimo tra aziende ed enti di governo, che merita di andare a buon fine. Ma perché fame una questione politica? Noi (cittadini, lavoratori, elettori, opinione pubblica) in che modo potremmo militare a favore o contro quell’appello? Una delle parole chiave che incombono è «innovazione». Dovremmo dire per che cosa, in che campo, a chi spetta, chi paga. non dirlo è colpa di tutti coloro che hanno accesso a un microfono. I cittadini che ascoltano sempre la stessa parola, invocata dalle parti più disparate, sono favorevoli all’innovazione, sono pronti e sarebbero contenti. Ma non possono avere alcun ruolo. È possibile immaginare che governo, imprese e sindacati si consultino e poi ciascuno, nel suo campo e responsabilità, e con la necessaria risolutezza, faccia la del suo meglio e contribuisca per la sua parte di costo? Un esempio o due di innovazione riuscita – o almeno iniziata – provocherebbero il sostegno di tutto il Paese. Il continuo lamento di chi può e non fa spinge via i cittadini motivati dal legittimo pensiero: «Questo discorso infinito non mi riguarda»
Dello «sviluppo» si legge di tutto, si ascolta di tutto. Frasi come queste, ad esempio: «Lo sviluppo è la nostra parola d’ordine, un valore che la sinistra ha calpestato con le sue scelte di politica dissennata».Trascuro la fonte. Basti sapere che si tratta di gente che ha votato e vota per Berlusconi, il non dimenticato autore della crescita zero del nostro Paese. E che la sinistra non può avere fatto «scelte dissennate» per una ragione buona (non era e non è stata al governo salvo che nei cinque anni dell’Ulivo) e una cattiva (non ha presentato finora alcun elenco di scelte o di modelli di sviluppo). «Sviluppo» è la parola più ambigua che incombe su di noi. Detta così, a caso, come uno slogan, non è che una prova della solitudine in cui vivono i. cittadini. Vagano nel vuoto fra gli acquari dei talk show in cui i partecipanti mitemente litigano per fatti e con parole incomprensibili (o rese incomprensibili dal conduttore del gioco, e guai a rompere il gioco, tutti, anche quelli della tua parte si irritano, perché ingombri con parole comuni il discorso in politichese) e la paura che il futuro. sia peggio. Peggio negli ospedali, peggio nel lavoro sempre più precario, peggio nella vecchiaia e nelle pensioni. Non c’è bisogno che tutto ciò sia vero. Per fortuna in parte non lo è. E in parte abbiamo ragione e diritto di sperare in questo governo che non accetterà mai di spostare tutto il peso su chi lavora. Non accetterà mai l’idea che le riforme, l’innovazione, lo sviluppo, siano a carico del lavoro e del reddito fisso. O colpa dei lavoratori se non si fanno.
Ritorno alle parole del card. Tettamanzi. Lui parlava di Sant’Ambrogio, per dire quanto aveva capito già nel suo tempo. Noi qui stiamo parlando del vuoto della politica. Ascoltate: «Pochi si assumono la responsabilità degli altri e si fanno carico dei problemi collettivi. Rinascono la paura e l’avarizia. Le relazioni sono segnate dalla diffidenza. Non si può eliminare la paura. Ma si può costruire con pazienza e saggezza un cammino che ci aiuti a superare la paura che ci attanaglia da soli. Non avrà mai un’anima una città in cui convivono, senza incontrarsi ma si «ghettizzano» – immense periferie. Mi sembrano parole importanti, in queste feste di fine anno in cui tanti si sentiranno soli anche nelle piccole vicende quotidiane, non solo di fronte ai grandi sogni della politica. Queste parole valgono per fare un partito, per fare politica, per fare governo senza dimenticare “le immense periferie”.

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Da un?intervista a Luciano Gallino su età pensionabile e Inps.

Lei ha più volte scritto che si dovrebbe intanto fare luce sul bilancio dell’istituto…
«Perché in questi anni gli è stato accollato di tutto: dalle decine di migliaia di prepensionamenti dei ferrovieri negli anni novanta, per decisione del governo, al deficit (un miliardo l’anno) del fondo dirigenti d’azienda, alle pensioni di invalidità (che pensioni non si possono considerare), ai conti dei coltivatori diretti. Si fa un trucco contabile alla rovescia: prima infilo di tutto nel bilancio dell’Inps, poi accuso l’Inps di non tenere la partita in pareggio. Mentre al netto delle prestazioni assistenziali e di quei passivi che non hanno nulla a che fare con il rapporto tra contributi versati e pensioni ricevute dai lavoratori dipendenti, la spesa previdenziale sarebbe in equilibrio».

Eppure si continua a ragionare accettando quel “trucco contabile. E in discussione finisce l’età pensionabile…
«Visto che viviamo tutti ormai fino a ottant’anni, potrei decidere di fissare a ottant’anni l’età di pensione. Così il bilancio dell’Inps va alla pari. C’è un po’ di leggerezza nel ragionare sull’esigenza di prolungare l’età pensionabile… Non è una colpa invecchiare. Accorciare la vita lavorativa, migliorando le condizioni del lavoro e dei lavoratori, era stato considerato un segno di progresso, era stata una conquista…».


Da Notizie Notiziario della Copma scarl

Di Alberto Rodolfi

Onestamente devo affermare che è forte in me lo sconcerto e lo sgomento che mi prende nel rilevare quanto sia caduta pesante, la scure sul reddito dei lavoratori dipendenti, attraverso la sostanziale “requisizione ” del TFR. A nessuno può sfuggire che la “requisizione” del TFR, è presentata come il “rimedio” al fatto che, come fosse stato indispensabile provvedere ad un’avversità del destino, già erano state poste in atto riforme del sistema pensionistico che produrranno assegni di pensione molto inferiori a quelli erogati sino ad ora, in cambio di una vita lavorativa non inferiore a 40 anni retributivi. C’è stato lungamente detto che l’INPS non ha più soldi per le pensioni e quasi c’è attribuita una colpa per il fatto di aspirare ad una vita più lunga rispetto a quella dei nostri nonni. Ora ci viene chiesto di lavorare di più, a fronte di un reddito inferiore a quello che attualmente stiamo percependo. Proprio di questo si tratta : il reddito dei lavoratori dipendenti viene ridotto esattamente della quota, di salario o di retribuzione che ci doveva essere erogata con la denominazione TFR. al momento in cui cessava il rapporto di lavoro. In base ai provvedimenti adottati dall’attuale Governo, che ha anticipato quanto già predisposto dal governo precedente, la nostra retribuzione sotto forma di TFR sparirà per la parte che maturerà dal 01 gennaio 2007 in poi. Quei soldi andranno a confluire m fondi che avranno lo scopo di erogarci un’integrazione sulle pensioni che percepiremo dopo “appena” 40 anni di regolare lavoro. Io valuto tutto ciò come un’enorme truffa a danno dei lavoratori dipendenti,Viceversa, nessuno è mai venuto a spiegarci perché un bei giorno i soldi dell’INPS sono finiti, anche se credo di sapere bene dove sono andati a finire, come sono stati utilizzati i soldi che abbiamo versato al fine di precostituirci un reddito dignitoso per quando non saremmo più stati in grado di lavorare. Quei soldi, i nostri soldi versali per poter avere un giorno una pensione, sono stati spesi per altri scopi ed è questa la verità che dovevano dirci da molto tempo e che non ci hanno mai detto. Chi ci doveva dire questa verità, erano coloro ai quali abbiamo affidato per un verso la gestione dell’INPS e per un altro la politica di questo nostro Paese. Mi riferisco ai Governi che ci hanno governato sino ad oggi, senza alcuna distinzione di parte, mi riferisco alle Organizzazioni Sindacali CGIL – CISL e UIL che sono parte interessata nella gestione dell’INPS e che di fatto hanno consentito l’utilizzo dei nostri soldi per fini non conformi al loro giusto scopo. Mai nessuno ha chiesto il nostro consenso e nemmeno si sono presentati per renderci conto delle loro azioni; semplicemente ci fanno sapere che quei nostri soldi non ci sono più e che dorremo provvedere versandone molti altri ancora. Oggi sono sempre gli stessi soggetti quelli che ci stanno portando via il TFR e se ciò non bastasse, devo notare che vogliono farci credere che il tutto è fatto per il nostro bene, che non dobbiamo preoccuparci troppo in quanto non sentiremo alcun dolore, non ce ne accorgeremo neppure. Temo che dietro la “requisizione” del nostro TFR, che rappresenta un volume di denaro pari a circa 14.000.000.000 di Euro all’anno, si possano nascondere interessi enormi su cui qualcuno e forse più di qualcuno,ha già puntato, per ottenere vantaggi che temo non siano unicamente per i lavoratori a cui ogni anno verranno “sottratti ” questi soldi. 14 miliardi di Euro accumulati ogni anno. potrebbero costituire in breve tempo, una massa di denaro in grado di condizionare nel Paese, sia la sfera economica quanto quella politica e mi pare fin troppo evidente che dietro tutte queste manovre, potrebbero celarsi ragioni ben diverse da quelle rappresentateci.Io dico piuttosto che sono stanco di questo “andazzo “, che è giunto il momento di ribellarsi e lottare perché il sistema democratico del nostro paese, riporti l’esercizio della delega nell’ambito dovuto, nel rapporto tra cittadino delegante e sistema dei partiti o governi, oltre quello dei sindacati, quali soggetti delegati. Oggi questo rapporto quasi non esiste più ed i soggetti delegati (partiti – governi – sindacati) di fatto non rispondono più alle persone che li hanno delegati. Non è solo per giustizia o per l’essenza democratica che pervade il mio spirito, che faccio appello al recupero del rapporto responsabile tra cittadino e suo delegato in quanto essenza imprescindibile di una vera democrazia, ma anche perché la mancanza di questo rapporto preclude ad una pericolosa caduta di valori con esiti e conseguenze difficilmente prevedibili. perpetuata da coloro che diversamente avrebbero dovuto operare almeno per renderci partecipi delle situazioni, delle possibili soluzioni e soprattutto delle decisioni da prendere, tenendo conto che infondo si trattava dei nostri soldi e del futuro nostro e delle nostre famiglie.

Mia nota nota a margine:

Che questa lucida denuncia appaia su un giornaletto che dovrebbe rappresentare gli interessi e le iniziative di una coop di servizi (la quale si comporta con i suoi dipendenti secondo una logica di mercato se pure tiene conto in qualche modo della sua ragione sociale) è una di quelle felici eppur strane incongruenze dei nostri tempi.

Ovviamente resta una opinione (meglio: una verità) inoffensiva, stritolata com’è da una realtà convenzionale che nessuno oserà mai mettere in discussione.

Ma tanto è vera, merita di essere in un qualche modo fissata a futura memoria. Non che m’illuda possa avere molti lettori, comunque sia c’è, sta qui. Granello di polvere di un sordo infinito .
A , sia pur inutile futura memoria.
Appunto.